Sabbie mobili

Non so come né quando, ma un bel giorno ho smesso di scrivere, ho smesso di raccontarmi, ho smesso di condividere. Pensavo fosse un nuovo inizio, invece era solo l’inizio della fine.

Ho pensato che non sentire più il bisogno di scrivere rappresentasse per me la rinascita, il non avere più sofferenze di cui lamentarmi, la fine del male di vivere.

Negli anni poi ho capito che era solo la mia vita che andava troppo veloce, senza un momento di tranquillità in cui pensare ai miei sentimenti e senza un momento libero per stare con me stessa e scriverne.

Non era finito il male di vivere. Era solo finito il tempo libero, ero solo sommersa da troppe cose da fare, così tanto da fare che per soffrire non c’era più tempo.

Mi ricordo, tuttavia, il periodo che precede la rottura. Durante le settimane precedenti venivo bombardata da persone che considerava il mio male un male comune. La mia sofferenza era quella che tutte le altre persone del mondo provavano, mi dicevano tutti che finalmente ero diventata normale, come tutti gli altri. E ci iniziai a credere perché non erano solo gli amici di penna che mi ripetevano, quasi con violenza, che io non appartenevo più a quel mondo. A dirmelo erano anche i miei amici in carne ed ossa, quelli che vivevano la giornata al mio fianco.

Dovevo uscirne perché ne ero uscita.

E cosi feci.

Ero alle prese con gli ultimi esami, ero prossima al raggiungimento della laurea triennale, le cose da fare erano tante e per giunta riuscivo perfino a controllare che il mio peso diventasse sempre più basso.

Riuscivo a studiare.

Riuscivo a correre.

Riuscivo a gestire la dieta.

Riuscivo a far innamorare di me, riuscendo sempre a tenermi il mio ragazzo.

Non c’era nulla che non andasse. Era tutto sotto controllo. E allora mollai la scrittura di me, per dedicarmi ad agire su di me. Ma gli anni senza scrivere si possono descrivere brevemente.

Avevo raggiunto nel marzo 2014 il peso più basso mai raggiunto, per poi aggiungerci 5kg nel marzo 2015 e mantenerli nel marzo 2016, nel marzo 2017 in splendida forma, prima di raggiungere il marzo 2018 con 10kg in più raggiungendo il mio peso massimo.

E marzo 2019? Onestamente non me lo ricordo.

So solo che ho ripreso a contare calorie, a controllare il mio peso giornalmente e più volte al giorno e a piangere per quanto mi faccia schifo.

Oggi il mio peso è sceso a un valore compreso tra quello del marzo 2017 e quello del marzo 2018.

E lo so, marzo è uno strano mese da prendere come punto di riferimento, ma ogni volta che ho fatto i conti con me stessa era sempre marzo.

Il mese del raggiungimento di un peso che io consideravo accettabile, il mese del mio trasferimento all’estero, il mese della rottura con il mio ragazzo, il mese dei primi risultati nel mio progetto, il mese del prendere la palestra sul serio, il mese dei pianti, il mese dei silenzi e delle grandi abbuffate.

In tutti questi anni marzo è sempre stato il mese della presa di coscienza, del ritornare in me da una vita spesa senza essere presente.
È questo ciò che sento ora. Ho speso anni a non essere presente, a correre senza avere un momento per guardare indietro e capire quale fosse il motivo reale di ciò che stavo per fare.
Una vita spesa nella ricerca di una vita migliore, altra, ma senza mai pensare a come avrei potuto fare a rendere questa vita quella che voglio.

Ho corso così tanto senza fermarmi e così tanto velocemente da essere arrivata al punto di aver perso tutto ciò che ero e tutto ciò che avevo.
Senza distinguere tra ciò che sarebbe dovuto restare e ciò che sarebbe stato inutile nel mio viaggio sempre in viaggio.
E più vai avanti e più non hai il coraggio di guardarti indietro. Più vai avanti e più è difficile fare una resa dei conti.

In realtà io non sono mai diventata normale in tutti questi anni. Ho solo iniziato a correre, senza mai fermarmi a riflettere. E smettendo di pensarci ho smesso di fare dei miei problemi la mia ossessione.
Con questo non significa che io abbia risolto i miei problemi.
Anzi.
Lo si vede dalla sinusoide che continuo a tracciare col mio peso negli anni.
Peso che è il riflesso di ciò che accade nella mia vita.

E la mia vita è diventata una grande valigia pesante. Continuo a riempirla con il tempo che avanza, con le esperienze gli errori e gli obiettivi raggiunti.
Ho continuato a riempirla così tanto, mentre correvo veloce, che si è rotta. Tutti i pezzi sono fuori. E mi sono dovuta fermare a raccoglierli, ad osservarli per la prima volta in tutti questi anni.

E sono ripiombata nel dolore.
E ora sono ferma, immobile, impossibilitata a muovermi.
Come se fossi intrappolata in delle sabbie mobili

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